Contrattazione

Investire nella formazione per un’idea «nuova» del lavoro

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di Franco Amicucci

Quale idea di lavoro e di impresa emerge dai primi provvedimenti della nuova legislatura? È giustamente prioritario il dibattito sull’impatto economico complessivo dei provvedimenti e sulla tenuta dei conti pubblici, ma è importante fare anche una lettura degli impatti non solo economici, ma culturali e valoriali, che i provvedimenti stanno avendo sulla visione del lavoro e dell’impresa.

Proviamo a mettere insieme il decreto Dignità, la riduzione delle ore dedicate all’alternanza scuola-lavoro, l’impatto del reddito di cittadinanza sulla ricerca del lavoro, la messa in discussione di parti della legge Fornero con l’anticipo dell’età pensionistica, un appesantimento della tassazione delle imprese, banche e assicurazioni a fronte di uno sgravio fiscale delle partite Iva sotto la soglia dei 65mila euro, la web tax del 3%, la riduzione delle risorse per grandi investimenti e opere strutturali, la riduzione del credito d’imposta sulla formazione d’impresa e proviamo a leggere quale visione del lavoro e dell’impresa si sta profilando.

I messaggi che emergono dall’insieme di tali provvedimenti fanno emergere una visione del lavoro di forte rottura rispetto al passato, su cui è bene riflettere per l’impatto che potrà avere non solo nell’immediato, ma per un lungo periodo, perché si consolida una visione del lavoro e dell’impresa prevalentemente negativa.

Con la riduzione degli investimenti sull’istruzione e sulle ore dell’alternanza scuola-lavoro si lancia il messaggio che l’esperienza del lavoro non è centrale e formativa per i giovani, messaggio rinforzato dal prevalere di forme puramente assistenziali, come il reddito di cittadinanza per i giovani senza lavoro rispetto all’investimento in formazione. Si afferma così un nuovo sistema di valori dove l’investimento per acquisire competenze non è più centrale per un giovane.

L’acquisizione delle competenze per l’inserimento lavorativo, in particolare le competenze necessarie per i nuovi lavori ad alta intensità tecnologica, è un processo complesso e graduale, frutto di una molteplicità di esperienze formative dove concorrono scuola, famiglia, territorio e impresa.

La ricerca e sperimentazione delle diverse forme contrattuali e legislative su cui si sono cimentate le parti sociali in questi anni per creare gradini facilitanti l’ingresso al lavoro, con forme di flessibilità positiva, alternative al lavoro nero, vengono tutte inserite nella categoria del “precariato”, nonostante l’evidenza che milioni di lavori oggi stabili sono passati inizialmente per questi gradini di ingresso.

Anche in un caso simile la potenza del messaggio prevale sulla marginalità del provvedimento del decreto Dignità, limitato alla restrizione dei contratti a termine, che sta comunque creando effetti negativi per l’occupazione, in particolare delle figure più deboli del mercato del lavoro, facilmente sostituibili dopo un anno di contratto.

Finora, giustamente, molti economisti, le più importanti associazioni imprenditoriali, parti importanti della società civile, diverse organizzazioni sindacali hanno evidenziato la forte accentuazione assistenziale di tutti i provvedimenti economici a scapito degli investimenti produttivi, e lanciato l’allarme sui rischi economici che questo comporta per il nostro Paese, ma sta emergendo con sempre maggiore chiarezza l’indebolimento in atto del fattore centrale, rappresentato dall’investimento in formazione avanzata e continua delle persone, l’unico che può accompagnare il Paese in un’epoca di forte cambiamento, di innovazione globale, di rivoluzione tecnologica.

Non a caso Federmeccanica ha lanciato una petizione online su change.org a sostegno dell’alternanza scuola-lavoro e in questi giorni è intervenuto sul quotidiano La Stampa lo stesso presidente di Federmeccanica Alberto Dal Poz denunciando con decisione la riduzione degli investimenti nella formazione e Industria 4.0.

In quello che è stato definito un appello per guardare al domani, il Forum civico lanciato da Marco Bentivogli, con Leonardo Becchetti, Mauro Magatti e Alessandro Rosina, i temi dell’istruzione, insieme alla crescita economica, qualità dei servizi, salute, vita di relazioni, rappresentano la griglia di valori su cui progettare il nostro futuro.

Ma è bene osservare, per una nota di ottimismo, che il nostro Paese ha una solida tenuta data dalla nostra struttura industriale, che, è sempre opportuno ricordare, è la seconda in Europa e la settima al mondo. In questo contesto sono presenti, in particolare nelle grandi organizzazioni, Academy formative e Corporate University, mentre per le piccole e medie aziende le associazioni imprenditoriali e sindacali sviluppano intensi programmi formativi per lo sviluppo delle competenze centrali per il futuro del lavoro, per mantenere competitività internazionale e riescono a coinvolgere milioni di persone, grazie anche al contributo dei Fondi interprofessionali o allo stimolo di recenti accordi contrattuali come il Diritto soggettivo alla formazione del contratto dei metalmeccanici. Programmi formativi focalizzati sulle competenze dell’Industria 4.0, ma anche su quelle skill ritenute oggi fondamentali, come indicato da World Economic Forum, Ocse, Unesco, in particolare collaborative problem solving, pensiero critico, resilienza, adattabilità, apprendere ad apprendere, interculturalità.

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