Previdenza

Previdenza, la rincorsa infinita ai micro privilegi genera un senso di iniquità e ingiustizia

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di Vincenzo Galasso

Non passa anno che non ci sia una riforma pensionistica. La maggior parte degli interventi è marginale. Modifica solo alcuni parametri del sistema oppure si applica solo a gruppi limitati di persone. Ciò non vuol dire che non si tratti di misure rilevanti o anche molto costose. Tutti questi interventi marginali finiscono per creare un’enorme segmentazione delle regole del sistema pensionistico.

Perché questo orribile mosaico di regole? L’ottimista direbbe che il sistema pensionistico deve necessariamente essere articolato, per poter accomodare al meglio le esigenze di lavoratori molto diversi tra di loro. Lo storico suggerirebbe che la complessità è l’eredità di tante riforme sedimentate nel tempo. Il cinico noterebbe che muovere le tessere del mosaico pensionistico può essere molto redditizio – elettoralmente – per i politici.

In realtà, queste tre spiegazioni possono facilmente coesistere. L’attenzione alle necessità dei lavoratori di volta in volta più vicini ai diversi governi al potere – pubblici, autonomi, dipendenti delle grandi imprese del nord – ispira tante misure ad-hoc, adottate a fini elettorali, che si stratificano poi nel tempo.

Oggi il sistema pensionistico italiano è un grossolano patchwork. Se ci soffermiamo solo sulle forme di uscita dal mercato del lavoro abbiamo tra gli altri canali: anzianità con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, Ape sociale, isopensione, Opzione Donna, Quota 100, vecchiaia con 67 anni d’età…

Assegnare diritti pensionistici ad-hoc genera benefici elettorali, ma la segmentazione che ne risulta ha diversi costi.

Il primo è economico. I nuovi diritti pensionistici pesano sulle casse dello stato. Quota 100 ha un costo stimato di 22 miliardi di euro in tre anni e più di 45 miliardi in dieci. Pur essendo una misura sperimentale di soli tre anni.

Esiste poi un costo in termini di incertezza. Le continue riforme creano una sensazione di insicurezza. La scelta di quando andare in pensione è una delle decisioni più importanti nella vita (lavorativa) delle persone. Una scelta da ponderare con attenzione e a cui prepararsi, anche finanziariamente. L’incertezza alimentata dal perenne dibattito sulle pensioni e dalle continue modifiche delle regole spinge molte persone ad andare in pensione appena possibile perché in futuro poi chissà... Le tante domande per quota 100 sono motivate da questa incertezza, e dalla razionalità degli individui che non rinunciano ad un bonus finanziato da altri.

Forse il prezzo più alto – ma meno visibile – delle continue riforme che frammentano il sistema pensionistico è il diffuso sentimento di ingiustizia ed iniquità che esse alimentano. Misure ad-hoc creano categorie di privilegiati con accesso a diritti, che sono preclusi ad altri. Ovviamente non è un fenomeno nuovo. Anzi.

I privilegi elargiti nel passato – si pensi alle baby-pensioni – continuano a far sentire il loro peso sulle finanze pubbliche. Ma soprattutto inquinano il dibattito sulle riforme. A chi fa notare che quota 100 rappresenti un privilegio, rispetto al trattamento riservato a chi è nel sistema contributivo, viene risposto che si tratta di ben poca cosa rispetto ai privilegi del passato. Tra tre anni, quando la fase sperimentale di quota 100 terminerà, si porrà una domanda analoga: perché loro sì e noi no? Giustificare le iniquità di oggi con gli errori del passato equivale a rimpallare le soluzioni al futuro, in un continuo scaricabarile generazionale.

Anche favorire il riscatto della laurea, che può sembrare una concessione ai giovani, in realtà rafforza questa logica perversa. Il dibattito pubblico si è incentrato sulla presunta incostituzionalità dei limiti di età previsti dalla norma. Perdendo forse di vista il vero aspetto di iniquità. Poiché si elargisce uno sconto, il debito previdenziale dello stato aumenta: si incassa qualcosina oggi, ma si aumenta – troppo – la pensione attesa. I lavoratori potrebbero così scegliere, al momento del pensionamento, se conviene loro riscattare la laurea – con uno sconto fiscale – oppure no. La restrizione di età prova a limitare questa possibilità di arbitraggio, che andrebbe ad aumentare ulteriormente la spesa pensionistica.

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