Previdenza

Sì al cumulo con il lavoro Restituzione in 20 anni

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di Stefano Patriarca

Da ieri è possibile fare le domande per accedere all'Ape volontario. Chi ha compiuto i 63 anni e ha ricevuto la certificazione positiva potrà chiedere, tramite l'Inps, di avere un’entrata mensile proporzionale alla pensione maturata fino al momento in cui andrà in pensione.

Al momento del percepimento della pensione inizierà la restituzione in 20 anni di quanto ha ricevuto di Ape in uno, due o tre anni mediante una trattenuta fatta dall'Inps sulla pensione (ma non sulla tredicesima) che comprenderà la restituzione di quanto avuto,gli interessi e il premio di assicurazione (che in caso di decesso pagherà il debito rimanente senza nessuna conseguenza sulla reversibilità).

Gli interessi, calcolati su un tasso del 3,03 %, e il premio di assicurazione saranno abbattuti da una detrazione di imposta prevista dalla legge che quindi dimezzerà il costo dell'operazione. L'Ape ricevuto è esente da imposte e contributi e si può decidere di saldare il debito residuo in ogni momento, senza aggravi di costo.

Inoltre l'Ape può essere cumulato al reddito da lavoro e con l'indennità di disoccupazione che con l'Ape sociale che con la Rita.

Si arriva quindi al decollo effettivo dello strumento previsto dalla legge di Bilancio del 2017, che completa il pacchetto degli strumenti di uscita flessibile dal mercato del lavoro costituito anche dall'Ape sociale, dalla Rita, dal cumulo gratuito e dagli interventi sui lavoratori precoci che possono accedere alla pensione con 41 anni di contributi.

L'implementazione del provvedimento è stata più lunga del previsto per alcune difficoltà burocratiche, ampliate dalla novità assoluta dello strumento, che raccorda elementi previdenziali e finanziari e quindi soggetti diversi, (Inps, banche, assicurazioni, ministeri eccetera) alle prese con sinergie necessarie ma inedite. Il carattere sperimentale dell'Ape serve anche per far emergere manchevolezze ed, eventualmente, correggere .

In questi mesi molti si sono esercitati a raccontare di “truffe” ai danni dei cittadini, di costi eccessivi, di “mutui” da accendere per andare in pensione. Basta ricordare che nessuno viene obbligato ad accendere un prestito per andare in pensione: all'età di 66 anni e 7 mesi (67 dal 2019), o anche molto prima se si matura una pensione anticipata, se si è lavoratori precoci, se si prende l'Ape sociale o se si fanno lavori usuranti, si potrà avere la pensione pubblica maturata.

Chi decide liberamente di volersi ritirare dal lavoro prima dell'età stabilita, senza rientrare nei già moltissimi casi che consentono l'anticipo - tant'è che attualmente per ben i due terzi dei nuovi pensionamenti avviene prima dei 65 anni e oltre un quarto prima dei 60 anni - potrà farsi un “autoprestito” e sposterà una parte decisa liberamente della propria pensione futura (che avrebbe da 67 anni in poi) uno o due o tre anni prima; insomma “spalmerà” nella misura che desidera la sua pensione su più anni.

Il costo di questa operazione non ricade sullo Stato in termini di maggiori pensioni da pagare, e quindi sui lavoratori in attività specie sui più giovani, (come sarebbe stato o sarebbe con tutte le proposte che vogliono anticipare le pensioni senza o con penalizzazioni) ma il costo, moderato, è a carico di coloro che scelgono di farlo; tale costo è costituito dagli interessi, dall'assicurazione e dal premio per il fondo di garanzia.

Ciò equivale,considerato che lo Stato si carica della metà dei costi, a circa l'1,6% per ogni anno di anticipo richiesto della futura pensione. Se confrontato con ogni tipologia di prestito oggi disponibile con durata paragonabile (ammortamento da 67 anni in poi per 20 anni e coperto da assicurazione) il costo è molto basso. Ovviamente ognuno giudicherà l'adeguatezza e la sopportabilità di tale costo in relazione alla specifica situazione personale, valutando il rapporto tra i costi e il beneficio di una possibilità di uscita anticipata dal mercato del lavoro oppure con una permanenza al lavoro magari part time, consentendo di gestire politiche di uscita morbida dal mercato del lavoro.

La novità dei “redditi”ponte come canale di uscita dal mercato del lavoro senza oneri rilevanti a carico dello Stato, ma mobilitando risparmio privato individuale e collettivo, può essere la condizione per mantenere e rafforzare un sistema pensionistico pubblico che garantisce a tutti la pensione adeguata all'età di vecchiaia, rafforzandone sostenibilità ed equità specie nei confronti dei giovani per i quali abbiamo il dovere di garantire oggi occupazione e lavoro migliore come premessa per pensioni adeguate per il loro futuro.

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