La nozione di "lavoratore svantaggiato", ampia ed articolata, è rinvenibile nei vari interventi del legislatore a favore di situazioni lavorative ritenute meritevoli di particolare tutela, con finalità di inclusione sociale. La tipizzazione originaria è avvenuta attraverso la normativa UE, in riferimento all'ambito circoscritto della disciplina degli aiuti di stato ma la normativa nazionale, con la finalità di introdurre regolamentazioni specifiche, ha incrementato il novero delle categorie riconducibili a tale nozione, unitamente alla contrattazione collettiva. La sommatoria degli interventi, che talora si sono espressi anche in una riduzione dei vincoli di utilizzo oltre che in agevolazioni di costo del lavoro, ha prodotto una regolamentazione stratificata. In aggiunta, la normativa antidiscriminatoria, relativa sia alla gestione sia alla risoluzione del rapporto di lavoro, considera frequentemente categorie di lavoratori che si sovrappongono a quelle oggetto della legislazione di contrasto allo svantaggio sociale. Il quadro pertanto è complesso e non sempre coordinato. Rileva peraltro anche l'obiettivo legislativo, più ampio, di intervenire sulle cause che generano le situazioni di svantaggio. Una piena inclusione delle categorie di lavoratori più deboli peraltro può essere oggetto anche di politiche aziendali e di contrattazione collettiva, che possono efficacemente aggiungersi agli interventi normativi.
1. Lo svantaggio sociale come categoria giuridica
L'espressione «lavoratore svantaggiato» non descrive una condizione unitaria, né identifica un gruppo sociale omogeneo.
Si tratta piuttosto di una formula sintetica, sotto la quale vengono raccolte situazioni diverse, accomunate dalla difficoltà – maggiore, rispetto ai soggetti non rientranti in tale gruppo – di trovare una prima occupazione, di rientrare nel...


