Nel caso di malattia psichica del lavoratore, il periodo di assenza coincide con un tempo di cura da gestire in coerenza con il progetto terapeutico. L'articolo esamina i criteri per valutare la compatibilità tra attività extralavorative e stato morboso psichico, mostrando come tali attività possano costituire, a seconda del contesto clinico, sia parte integrante della terapia sia indice di simulazione o abuso dell'assenza. Vengono approfonditi l'onere della prova, il ruolo delle prescrizioni specialistiche, il significato del tempo di cura e i limiti del controllo datoriale, con particolare attenzione alla coerenza tra il quadro clinico e la condotta del lavoratore.
Dal riposo passivo alla malattia come tempo di cura attiva
Per molto tempo la malattia è stata vista come una fase in cui il lavoratore doveva rimanere a casa, mentre ogni uscita veniva percepita con diffidenza, come possibile segnale di simulazione o di mancata attenzione alla propria salute.
In questa visione, oggi superata, la malattia era ridotta a una sorta di reclusione domiciliare, priva di collegamento con le effettive indicazioni terapeutiche e le reali esigenze di recupero delle energie lavorative.
Oggi questo schema è stato progressivamente abbandonato...


