I percettori del reddito di cittadinanza considerati ”occupabili” avranno il sussidio per 8 mesi nel 2023, fino ad agosto del 2023. È questa la soluzione di compromesso emersa al consiglio dei ministri ieri notte, dove si è discusso anche di una seconda opzione di durata più lunga, per confermare il sostegno altri 12 mesi. Con questo intervento si stimano circa 1,5 miliardi di risparmi.

Si tratterà comunque di una soluzione “ponte”, poi alla prima offerta di lavoro congrua, in caso di rifiuto verrà tolto il sussidio. «Il Reddito di cittadinanza verrà riformato così come avevamo annunciato - ha spiegato il sottosegretario per l’attuazione del programma Giovanbattista Fazzolari-, c’è un anno transitorio nel quale comunque tutte le persone in difficoltà saranno tutelate, chi non è in grado di lavorare avrà piena tutela e chi è in grado di lavorare invece avrà una riduzione dei mesi di sostegno, si porterà da 12 a 8 mesi. Dal 2024 rivedremo l’intero sistema, lavorandoci su per garantire pieno sostegno ai bisognosi e inserire nel mondo del lavoro chi è in grado di lavorare».

Dunque, almeno per questa platea di ”abili al lavoro” il governo Meloni ha voluto dare un segno di discontinuità rispetto al passato, modificando l’attuale sistema, che consente di poter fruire del Rdc praticamente all’infinito anche agli “occupabili”, perché dopo il termine di 18 mesi, trascorso un mese di tregua, attualmente si può continuare a beneficiarne, a meno che si rifiuti la seconda offerta di lavoro congrua (fattispecie, peraltro, rarissima). Il meccanismo fortemente voluto dal M5S che ha fatto del Rdc una vera e propria bandiera nel governo Conte 1, è poi stato modificato dal governo Draghi che ha introdotto nella scorsa legge di Bilancio una stretta, prevedendo la revoca al secondo no (e non più al terzo) di un’offerta congrua, ed un decalage mensile di 5 euro per ciascun mese a partire dal mese successivo a quello in cui si è rifiutata un’offerta congrua. Ad oggi non si ha alcuna evidenza dell’efficacia di questa stretta.

Non cambia nulla, comunque, per la maggior parte di percettori non occupabili, per tutti gli esonerati dagli obblighi di condizionalità o rinviati ai servizi sociali resterà il Rdc come sussidio anti povertà. Per avere un ordine di grandezza delle platee interessate dalla sforbiciata, secondo l’ultima rilevazione dell’Inps a ottobre erano 2,32 milioni di persone i percettori del RdC (poco più di 1 milione di nuclei familiari). Stando all’ultimo rapporto dell’Anpal, relativo però al mese di giugno, sono 660mila i percettori del Rdc “occupabili” che dovevano essere presi in carico dai servizi per l’impiego e 173mila quelli occupati, che avendo redditi bassi (i cosiddetti working poor) rientrano nei limiti reddituali per ottenere il Rdc.

Va detto che pur essendo considerati sulla carta “occupapibili”, nella realtà sono una platea poco “appetibile” per le imprese, che avrebbe bisogno di formarsi, qualificarsi o di aggiornare le competenze. Solo il 27% è considerato “vicino” al mercato del lavoro, di questi solo il 13% ha un’esperieza di lavoro conclusasi negli ultimi 12 mesi. Di contro, nel 73% dei casi i beneficiari soggetti al Patto per il lavoro non hanno mai avuto un contratto di lavoro dipendente o in para-subordinazione nei tre anni precedenti. Il 70,8% ha al massimo un titolo di scuola secondaria inferiore e solo il 2,8% un titolo di livello terziario, un quarto ha un diploma di scuola secondaria superiore.

Per tutti costoro la vera sfida è rappresentata dall’attivazione in percorsi di occupabilità. Dal 1 gennaio 2023 avranno otto mesi per formarsi, partecipando a corsi di formazione, per essere accompagnati nella ricerca di un posto di lavoro; poi, terminata questa fase “ponte” perderanno il diritto a percepire l’integrazione al reddito. Il beneficio decadrà se il beneficiario non partecipa attivamente alla formazione o se dovesse rifiutare un’eventuale offerta di lavoro.

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