Il presente contributo è tratto da Modulo24 Pensioni e Previdenza

L’Italia sta cambiando in silenzio: la longevità è ormai una realtà strutturale che chiede nuove responsabilità e nuove politiche. AGE-IT mostra che se governata con visione, può diventare una risorsa di crescita, coesione e futuro condiviso.

L’Italia sta vivendo una trasformazione che raramente nella sua storia ha avuto questa intensità silenziosa, eppure profondissima, una trasformazione che non procede con il rumore delle rivoluzioni visibili ma con la forza continua di una corrente che sposta l’intero Paese verso una nuova composizione demografica. Oltre un quarto degli italiani ha superato i sessantacinque anni, gli ottantenni sono più dei bambini sotto i dieci e ciò che un tempo sembrava un’ipotesi per il futuro è diventato la definizione del presente. Non si tratta quindi di osservare un dato, ma di accorgerci di essere già dentro una stagione che chiede una forma diversa di responsabilità.

È in questo scenario che l’Inps ha scelto di impegnarsi nel programma AGE IT, un impegno che nasce dalla consapevolezza che la ricerca, quando è condotta con rigore e visione, non è un esercizio accademico, ma un atto di governo del reale. Ventisette partner hanno lavorato insieme per tre anni, costruendo uno dei programmi più ambiziosi d’Europa sull’invecchiamento attivo, e lo hanno fatto con l’obiettivo di rendere l’Italia un punto di riferimento internazionale. Le evidenze che ne derivano non possono essere lasciate ai margini delle decisioni pubbliche, perché appartiene all’Inps il compito di trasformarle in strumenti concreti, in servizi che si traducono in diritti accessibili, in protezione effettiva, in politiche capaci di anticipare e non inseguire.

Al cuore di tutto c’è una domanda che non concede scorciatoie e che ogni Paese maturo deve affrontare, una domanda che si insinua nella vita economica e in quella sociale con la stessa forza. Come si può mantenere un equilibrio tra sostenibilità e solidarietà quando la popolazione attiva diminuisce e, allo stesso tempo, cresce la domanda di protezione. È una domanda che non può essere elusa, perché dalla sua risposta dipende la tenuta dell’intero sistema. La longevità è una conquista preziosa e proprio per questo deve essere governata con metodo, visione e lucidità, altrimenti diventa un peso che costringe a misure reattive e frammentarie. Se invece la si riconosce come un passaggio decisivo della nostra storia demografica, è possibile costruire politiche che non temono il futuro ma lo organizzano.

La ricerca prodotta dal progetto AGE-IT e presentata a Palazzo Wedekind ha mostrato qualcosa che spesso resta nell’ombra. La silver economy non è un concetto elegante inventato per descrivere un fenomeno, ma una parte solida dell’economia nazionale, un insieme complesso che include l’abitare, la mobilità, l’autonomia, la sicurezza, il benessere, la tecnologia e i servizi territoriali. È una rete ampia che può diventare disordinata, generando disuguaglianze profonde, oppure può trasformarsi in una filiera capace di portare qualità, prevenzione e trasparenza. Se si sceglie la seconda strada, i costi diminuiscono e la vita delle persone migliora, perché la qualità non è un ornamento, è una condizione sistemica.

La ricerca ci consegna anche un dato che sorprende per la sua forza. Le politiche rivolte alla longevità non rappresentano un costo da sopportare, ma un investimento con ritorni straordinariamente elevati. Le stime parlano di sessantadue miliardi di benefici in vent’anni, con un rendimento interno che può raggiungere e superare il trenta per cento. Numeri che solitamente appartengono agli investimenti più efficaci e che spiegano perché longevità e crescita non siano poli in contrapposizione, ma parti di una stessa strategia.

Tutto questo richiede un nuovo patto fra generazioni, un patto che non può essere costruito con appelli emotivi, ma con meccanismi che funzionano davvero. Se nel 2050 il 35% della popolazione italiana avrà più di sessantacinque anni, la risposta non può essere un restringimento degli spazi, ma un ampliamento della partecipazione al lavoro. I giovani devono avere accesso a percorsi professionali stabili e coerenti con le loro competenze, le donne rappresentano la più grande riserva di talento e contributi ancora non pienamente espressa e i lavoratori senior devono poter rimanere attivi in forme flessibili e dignitose. In un’economia che cresce non esiste un conflitto fra generazioni, esiste una complementarità naturale fra esperienza e innovazione, una complementarità che può diventare un vantaggio competitivo.

Questo equilibrio si regge però su un elemento che negli ultimi anni ha subito un logoramento evidente, la fiducia. Molti giovani percepiscono la prospettiva previdenziale come distante e poco comprensibile, e questa percezione non può essere ignorata. L’Inps deve assumere il ruolo che gli è proprio, un ruolo che non consiste nel fare le leggi, ma nel costruire l’infrastruttura pubblica che raccoglie, integra e interpreta i dati e che li restituisce ai cittadini in modo chiaro e leggibile.

Il programma AGE-IT ha evidenziato inoltre che le politiche dedicate alla longevità falliscono quando procedono in compartimenti isolati, perché la sanità, il welfare e il lavoro, se non dialogano, generano inefficienze, costi e ritardi, mentre la longevità vive nella loro intersezione e richiede un approccio integrato che prevenga ciò che altrimenti dovremmo rincorrere.

Resta allora una domanda operativa, forse la più importante. Che cosa possiamo fare subito, senza attendere riforme lunghe e complesse. Possiamo investire nella prevenzione della non autosufficienza, perché ogni anno guadagnato in autonomia vale doppio. Possiamo integrare i servizi territoriali, perché la frammentazione rallenta. Possiamo costruire nuove competenze nella silver economy, perché senza qualità ogni settore diventa fragile. Possiamo portare l’educazione previdenziale molto prima nella vita delle persone, perché la previdenza funziona solo quando nasce come scelta consapevole.

A questo punto appare chiaro che non stiamo gestendo una categoria ma la struttura futura del Paese, una struttura che non si costruisce con dichiarazioni ma con decisioni che resistono al tempo e che trasformano le difficoltà in processi e i processi in risultati. Una struttura che richiede istituzioni capaci di non inseguire l’emergenza ma di prepararsi a ciò che arriverà. La longevità può essere un limite oppure una leva. Dipende da come decidiamo di organizzarla, con quanta responsabilità vogliamo affrontarla e con quanta lucidità siamo disposti a guardare il futuro.

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