Adempimenti

«Per i consulenti il futuro è nelle società tra professionisti»

immagine non disponibile

di Matteo Prioschi


Oggi i consulenti del lavoro celebrano, al Palazzo congressi dell'Eur di Roma, i 40 anni della legge 12/1979 istitutiva dell'ordine della loro professione. Quarant'anni in cui la categoria, dal 2005 guidata dal presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine, Marina Calderone, è cresciuta numericamente (oggi sono 26mila) e nelle competenze.


Presidente, quali elementi sono alla base di questo successo?
Dopo i primi 40 anni di attività della nostra categoria, credo di poter affermare che gli elementi che hanno accompagnato la crescita in termini di numeri e di competenze siano responsabilità, impegno e passione. La responsabilità nel supportare ogni giorno un milione e mezzo di imprese su tutto il territorio nazionale e oltre 8 milioni di deleghe dei lavoratori, grazie alla funzione sussidiaria che ci ha riconosciuto la legge 12/1979. L'impegno è nel dialogo costante con le istituzioni, di cui siamo diventati un interlocutore autorevole ed affidabile. E, infine, la passione che da sempre ci accompagna nell'affrontare le sfide che ci impone il cambiamento sempre più rapido del mercato del lavoro e l'innovazione che ha investito, naturalmente, anche il mondo delle professioni.


In un periodo in cui ancora la crescita economica e occupazionale è incerta, nel messaggio di fine anno di pochi giorni fa lei ha detto che c'è bisogno di giovani che intraprendano la professione di consulente del lavoro. Solo per ricambio generazionale o ritiene che ci sia spazio per un'ulteriore crescita della categoria?
I giovani sono il futuro, sono la crescita. Non è banale continuare a sostenerlo in un Paese come l'Italia dove, purtroppo, il tasso di disoccupazione giovanile è diventato una criticità strutturale del mercato del lavoro. Non possiamo ritenerci soddisfatti di un calo di appena 0,6 punti percentuali, come quello segnalato dall'Istat nei dati di novembre 2018, quando il tasso di disoccupati fra i giovani resta al 31,6 per cento. Come consulenti del lavoro, dobbiamo dare l'esempio alle imprese, dimostrando che investire nel domani vuol dire puntare sulle nuove generazioni e su una vera integrazione lavorativa dei giovani professionisti. Lo stiamo già facendo a tutto campo, promuovendo il praticantato negli studi professionali e la formazione specialistica dei giovani con convenzioni con le università fra cui, in particolare, un corso di laurea magistrale alla Link Campus University di Roma per formare esperti in consulenza del lavoro e sistemi di workfare, un modello che vogliamo esportare su tutto il territorio nazionale.

Le aziende sono sempre più spesso portate dal contesto a un processo di aggregazione o comunque di crescita dimensionale. Anche nel futuro dei consulenti ci sono meno studi ma di dimensioni maggiori?
La situazione economica e la competizione sempre più serrata ci impongono una profonda riflessione sulla direzione che vogliamo seguire. Da sempre il Consiglio nazionale dell'Ordine sostiene la necessità di creare le condizioni per lo svolgimento associato della professione e, attraverso i Consigli provinciali, si impegna nel rafforzare il tessuto professionale delle economie locali. Le società tra professionisti, ad esempio, rappresentano il futuro dell'esercizio dell'attività professionale, la strada per esercitare la professione in un contesto di rete e condivisione. Supportare i soggetti più deboli e gli studi in difficoltà per calo del fatturato e crisi di liquidità che possono derivare dalle difficoltà delle imprese clienti, o per gli oneri burocratici eccessivi che purtroppo pesano sul lavoro autonomo, è e deve essere una prerogativa delle categorie professionali. Bisogna superare l'individualismo e comprendere che la condivisione di obiettivi, strategie, missioni e visioni professionali, così come l'apporto di giovani energie, consente di consolidare la propria attività.

La legge 12/1979 ha previsto delle riserve. Nel corso degli anni non sono mancati episodi di “invasioni di campo” e di “dialettica” tra le stesse professioni regolamentate. Ritiene che la legge sia ancora valida o c'è bisogno di un tagliando?
Senza dialettica non ci sarebbe l'opportunità di argomentare e sostenere l'evidenza, perfettamente sintetizzata dall'articolo 1 della legge 12/1979 che regolamenta la professione e l'ordinamento dei consulenti del lavoro, sotto la vigilanza del ministero del Lavoro e d'intesa con il ministero di Giustizia. Nell'articolato della legge che, 40 anni fa, ha istituito l'Ordine dei consulenti del lavoro, si riservano per legge agli iscritti all'Albo dei consulenti del lavoro tutti gli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori, sul presupposto basilare che, per poter fregiarsi del titolo di consulente del lavoro, è necessario fare il praticantato e sostenere l'apposito esame di Stato. Chiunque pensi che ci siano strade diverse e alternative alla legge 12/1979 per esercitare la professione o per svolgere i compiti che la legge riserva ai consulenti del lavoro è in errore o, peggio, è un abusivo. Oggi, dunque, celebriamo i 40 anni di una norma che resta il faro della professione. Ciò però non vuol dire che i 26.000 consulenti del lavoro che rappresentano la categoria siano gli stessi del 1979. Noi siamo cambiati accogliendo la sfida dell'innovazione e alle opportunità che ci riserva il futuro, adeguando le competenze attraverso percorsi di formazione. Abbiamo intrapreso nuove strade integrando le competenze tradizionali – come l'elaborazione delle buste paga e l'amministrazione del personale - con la consulenza previdenziale e tributaria, i piani di welfare e di sicurezza sul lavoro, la mediazione civile e commerciale, l'asseverazione della regolarità contributiva delle imprese, le politiche attive, la certificazione dei contratti e la valorizzazione del capitale umano d'impresa.

È rimasta inattuata la previsione del Jobs act degli autonomi secondo cui il governo avrebbe dovuto individuare atti delle amministrazioni pubbliche da rimettere ai professionisti. Ritenete chiusa questa partita oppure in quali ambiti potrebbe essere attuata, per quanto di vostra competenza?
Abbiamo accolto con favore il Jobs act autonomi, ideale completamento del percorso di riforma iniziato con i decreti del Jobs act. Soprattutto, abbiamo apprezzato l'idea di riconoscere finalmente tutele fondamentali e fino ad allora ignorate ai tanti lavoratori autonomi e ai tanti professionisti ordinistici che contribuiscono ogni giorno a produrre la ricchezza del nostro Paese. Ricorro ai numeri per dare un'idea per peso delle professioni: dai dati raccolti nel secondo rapporto Cup-Cresme sulle professioni regolamentate, è di 77 miliardi di euro, quasi il 6% del Pil, la ricchezza prodotta a fine 2016. Siamo consapevoli del nostro “valore”, dunque non ci arrendiamo e continueremo il pressing nei confronti delle istituzioni e della pubblica amministrazione per ottenere un giusto ed equo riconoscimento. A partire dalla battaglia per affermare a livello nazionale il principio dell'equo compenso dei professionisti, divenuto legge già in diverse regioni italiane. Una promessa fatta nei confronti degli oltre 2 milioni di iscritti agli albi professionali.

Avete fatto delle valutazioni su come impatterà l'evoluzione tecnologica sull'attività dei consulenti del lavoro e come vi state preparando?
L'impatto della digitalizzazione nel mondo del lavoro è un fenomeno con cui ci confrontiamo, anche nella nostra professione, già da qualche anno. L'evoluzione tecnologica però deve essere governata efficacemente. Per fare solo un esempio recente, la fatturazione elettronica che, dal 1° gennaio 2019, è diventata obbligatoria per le cessioni di beni e servizi fra privati, sta creando non poche difficoltà e ritardi anche negli studi professionali, soprattutto quelli situati nelle aree del Paese dove la copertura di Internet è debole o addirittura inesistente. Nell'ambito del dialogo costante e costruttivo che abbiamo instaurato da tempo con l'amministrazione finanziaria siamo attivi nella proposizione di soluzioni tecniche e normative efficaci e adeguate a gestire l'innovazione. Così come abbiamo offerto nuovi applicativi online ai consulenti del lavoro, arricchendo la piattaforma di strumenti tecnologici a disposizione degli iscritti per la digitalizzazione degli studi in cui siamo impegnati da anni. L'innovazione può offrirci nuovi strumenti e nuove competenze, essenziali in un mondo che va verso l'estrema specializzazione, ma dipende da come la sapremo gestire. Pensiamo alla blockchain e all'intelligenza artificiale, per cui la legge di bilancio 2019 ha istituito anche un apposito fondo di sviluppo. Possono aiutarci a certificare le competenze? O ci sostituiranno? Sono gli stessi interrogativi che si sta ponendo l'intero sistema economico, e credo che dalle risposte che sapremo dare dipenderà il futuro della professione e del mondo del lavoro. Non a caso, l'anniversario dei 40 anni della legge 12/1979 sarà dedicato non solo a ripercorrere la storia della categoria, ma a condividere idee su come affrontare il cambiamento e l'innovazione, cogliendo le opportunità che vengono offerte a una categoria che ha svolto e continuerà a svolgere un ruolo fondamentale per il Paese.

Per saperne di piùRiproduzione riservata ©